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SVIZZERA- 09-05-2021-- La giustizia militare elvetica ha condannato tre guardie di confine in relazione all'aborto spontaneo di una donna siriana durante in rinvio in Italia, a Domodossola, nel luglio del 2014.

La notizia è rimbalzata su molti media elvetici che riportano come secondo i giudici i tre avrebbero dovuto mostrare coraggio civile, infatti sarebbe stato loro dovere chiamare un'ambulanza, anche contro la volontà del loro superiore, che era già stato condannato in un differente procedimento in appello per lesioni colpose e ripetuta inosservanza delle prescrizioni di servizio, ma non per tentata interruzione di gravidanza.

Il Dipartimento federale delle finanze ha stabilito successivamente che le autorità non possono essere considerate direttamente responsabili di quanto successo, e che quindi nessun risarcimento era dovuto alla donna siriana.

La pena detentiva per lesioni colpose e ripetuta inosservanza di prescrizioni di servizio del gendarme era stata ridotta a 150 aliquote giornaliere di 150 franchi con la condizionale. Ora i tre sottoposti sono stati condannati a 30 aliquote giornaliere da 100 a 200 franchi.

La donna siriana incinta (insieme al marito, un docente di storia, ed al loro bambino) allora 22enne e al settimo mese di gravidanza, era stata fermata alla frontiera franco-svizzera di Vallorbe mentre cercava di raggiungere il nord Europa dopo essere partita in treno da Milano con altri 36 profughi. I doganieri francesi li consegnarono alle guardie di confine svizzere per il rinvio in Italia, dove arrivarnono dopo ore e ore passate in attesa dei mezzi, bus e treni, senza essere considerati nelle richieste di aiuto. Appena giunta a Domodossola la donna venne soccorso e portata in ambulanza in ospedale, dove abortì.

Il gendarme svizzero ha sostenuto di non essersi reso conto delle condizioni della donna fino al momento in cui è stata caricata sul treno, dopodiché avrebbe immediatamente avvertito i colleghi italiani.

Sembrerebbe che un’indagine interna dell’Amministrazione federale delle dogane avesse ritenuto giustificabile un indennizzo fino a un massimo 10 mila franchi.

La famiglia di siriani, dopo avere sepolto i resti della figlia nel cimitero di Domodossola rimase a lungo ospite in una struttura cittadina.

 

 

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