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MILANO - 09-06-2021 -- Corruzione in atti giudiziari continuata e in concorso, dare o promettere utilità, abuso d’ufficio, accesso abusivo a sistema informatico aggravato. Sono quattro i capi d’imputazione, contestati a diverso titolo, per i quali domani saranno davanti al gup di Milano l’ex giudice di pace di Verbania Carlo Crapanzano, l’avvocato Rosalba Di Fede, gli imprenditori ossolani Gaetano Romano, Alessandro Dresco e Oscar Tacchi.

Sono i cinque che la Procura meneghina, competente a procedere per i fatti che interessano la magistratura di Verbania, ha individuato al termine dell’inchiesta che, tra il 2018 e il 2019, s’è concentrata sul giudice di pace verbanese e sui legami con alcuni imprenditori affiliati alla medesima loggia massonica che avrebbero portato ad “aggiustare” alcune sentenze.

Secondo gli inquirenti la figura centrale è Crapanzano. Cinquantaquattro anni, avvocato originario della Sicilia, dal 2004 vive a Domodossola. Ex giudice di pace (s’è dimesso quando ha ricevuto l’informazione di garanzia), docente alle scuole superiori e ora esponente politico -con il partito “Cambiamo”- è accusato di aver agito contro i doveri del suo ufficio, in favore degli amici e “fratelli” della loggia Alam (Liberi e accettati muratori) di Novara, di cui era diventato maestro venerabile.

Sarebbe intervenuto, con la complicità dell’avvocato Di Fede, nelle cause di Romano e Dresco. Al primo, agente assicurativo di 55 anni ed ex vicesindaco di Varzo, avrebbe annullato tre verbali per infrazioni al codice della strada tra il 2013 e il 2017 e l’avrebbe agevolato in un altro procedimento, condannando il controdenunciante. Al secondo, 54enne imprenditore edile di Varzo, avrebbe risolto altri quattro contenziosi con prefettura e Polstrada tra il 2015 e il 2018.

La corruzione è contestata a tutti e tre perché, secondo la tesi accusatoria, la contropartita dell’intervento sulle sentenze sarebbe stata il comodato gratuito (affitto più utenze) concesso dalla società immobiliare di Romano e Dresco all’avvocato Di Fede, colei che ha seguito i ricorsi e che era in contatto con il magistrato.

Abuso d’ufficio, in concorso con Crapanzano e Di Fede, è l’accusa contestata a Tacchi, 45 anni, imprenditore, che dal magistrato avrebbe ottenuto quattro pronunciamenti favorevoli. E che, ritenendo che il giudice di pace facesse parte degli apparati di sicurezza, gli chiese informazioni su un uomo entrato nella vita d’una sua congiunta. Crapanzano s’era rivolto a un ufficiale della polizia locale che, a sua volta, aveva contattato un poliziotto. Per quel controllo nella banca dati Sdi, compiuto ingannando vigile e agente, la Procura contesta a Crapanzano anche il reato di accesso abusivo a sistema informatico. Un quarto capo d’imputazione, per abuso d’ufficio, riguarda infine una vertenza d’un meccanico ossolano non coinvolto nel procedimento penale.

La Procura, tramite il sostituto Paolo Filippini, oggi chiederà al gup il rinvio a giudizio per tutti e cinque. Che, nell’occasione, avranno anche la possibilità di chiedere riti alternativi.

Crapanzano, che in una lunga memoria difensiva ha respinto tutte le accuse dichiarando di non aver mai aggiustato alcuna sentenza, è difeso dagli avvocati Marisa Zariani e Marco Ferrero; Romano da Bruno Stefanetti e Marcello Bologna; Di Fede da Matteo Montorsi e Andrea Mingione di Milano; Dresco e Tacchi da Giuseppe De Giorgi di Milano.

 

 

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